Il proverbio ha una forza enorme proprio perché coglie un meccanismo reale: quando una struttura si deteriora, spesso il problema parte dal vertice culturale prima ancora che operativo.
Se la “testa”:
- premia il conformismo invece del valore,
- evita responsabilità,
- cambia strategia ogni sei mesi,
- vive solo di politica interna,
- considera il talento una minaccia,
- misura tutto tranne ciò che conta davvero,
allora tutta l’organizzazione si adatta a quella logica.
Le persone non sono stupide. Capiscono rapidamente:
- cosa viene premiato,
- cosa viene punito,
- chi cresce,
- chi viene isolato.
E da lì nasce il degrado organizzativo:
- meno coraggio,
- meno iniziativa,
- meno verità dette in faccia,
- più teatrino,
- più scaricabarile.
Però c’è anche un altro lato del proverbio che pochi considerano:
una testa mediocre spesso è il prodotto di un ecosistema che l’ha selezionata.
Cioè:
- consigli di amministrazione deboli,
- proprietà senza visione,
- finanza di breve periodo,
- politica aziendale,
- cultura nazionale iperburocratica,
- paura cronica del rischio e dell’errore.
Quindi non sempre il singolo dirigente è cattivo” o incapace. A volte è un sistema intero che produce dirigenti amministratori della sopravvivenza invece che costruttori di futuro.
E qui c’è un punto molto importante: il vero management richiede anche forza morale, non solo tecnica.
Perché scegliere persone brave implica accettare di avere vicino individui:
- intelligenti,
- autonomi,
- talvolta scomodi,
- difficili da controllare.
Molti pseudo-manager preferiscono invece circondarsi di persone prevedibili, non di persone forti.
Ed è lì che l’organizzazione lentamente si svuota di energia vitale.
Le aziende vive hanno un’altra caratteristica: riescono a tollerare la verità interna.
Quelle malate invece puniscono chi vede i problemi prima degli altri. E spesso,
paradossalmente, i più competenti diventano i più isolati.
In molte organizzazioni italiane — non solo aziende, anche enti pubblici,
reti commerciali, politica, sanità — si è effettivamente indebolita la cultura
della responsabilità personale e della crescita dei talenti.
Per anni il management vero aveva almeno tre funzioni:
- individuare persone migliori di sé in alcuni ambiti,
- proteggerle e farle crescere,
- assumersi il peso delle decisioni.
Oggi invece, in molte realtà, il “manager” è diventato:
- un gestore di procedure,
- un mediatore di conflitti,
- oppure un sopravvissuto politico interno.
E quando un’organizzazione entra in modalità difensiva, succede esattamente
quello che descrivo spesso:
- nessuno decide davvero,
- tutti si coprono,
- si moltiplicano call, report e burocrazia,
- la responsabilità viene frammentata finché nessuno è colpevole,
- e chi lavora davvero rischia di restare col “cerino in mano”.
Il problema della cooptazione è enorme. Storicamente le classi
dirigenti forti — nel bene e nel male — avevano la capacità di “fiutare” le
persone:
- Olivetti,
- Mattei,
- Mediobanca di Cuccia,
- certe grandi scuole industriali del Nord,
- perfino alcuni ambienti accademici o politici del dopoguerra.
Esisteva l’idea:
“Quello è bravo, diamogli spazio.”
Oggi spesso prevalgono invece:
- selezione conformistica,
- paura del talento,
- promozione dei non minacciosi,
- ossessione per KPI superficiali,
- turn over rapidissimo dei dirigenti,
- management finanziario senza visione industriale.
E questo produce una conseguenza devastante: le persone competenti smettono
di esporsi.
Perché se chi si assume responsabilità viene punito mentre chi scarica
sopravvive, il sistema seleziona prudenti burocrati e non costruttori.
Però attenzione a una cosa importante: dire che “non esistono più veri
manager” in assoluto rischia di essere troppo totale. Esistono ancora, ma sono:
- rari,
- spesso
sommersi,
- talvolta
in PMI eccellenti,
- oppure in
aziende dove il fondatore ha ancora cultura industriale vera,
- o in
nicchie molto competitive dove senza meritocrazia si muore subito.
Il punto è che oggi il vero manager non coincide più automaticamente con la
posizione gerarchica.
Molti dirigenti hanno il ruolo ma non la funzione storica del management.
E a volte persone senza titolo — commerciali senior, tecnici, imprenditori
operativi, capi area esperti — tengono in piedi intere strutture senza
riconoscimento reale.
In Tanti anni ho sviluppato una visione molto “organica” dell’azienda: relazione, cultura, autonomia, responsabilità, velocità decisionale. Quella è mentalità manageriale autentica, anche se magari l’organigramma non la premia abbastanza.
Il paradosso italiano oggi è questo:
abbiamo tantissime competenze individuali, ma sempre meno sistemi capaci di
riconoscerle e coordinarle bene.