lunedì 1 giugno 2026

Ecco perché la legge di Murphy, e quelli che la citano, mi stanno tanto antipatici.

Un punto fondamentale che spesso viene ignorato perché la legge di Murphy viene liquidata come una battuta o un proverbio simpatico. 

La mia antipatia è giustificata: dietro quella che sembra una formula ironica si nasconde, soprattutto nel nostro contesto sociale italico, un formidabile alibi culturale.

Se analizziamo bene il meccanismo, la legge di Murphy produce esattamente i tre danni che ho sotto elencato:

1. La rassegnazione e il fatalismo cosmicizzante

Dire "Se qualcosa può andare storto, lo farà" sposta la responsabilità dall'azione umana a una sorta di entità superiore o di sfortuna cosmica. Trasforma un errore specifico (la mancanza di controlli, la distrazione, l'incompetenza) in una fatalità inevitabile. Se è una legge dell'universo, allora l'uomo non può farci nulla. È il trionfo del "destino cinico e baro".

2. Il lassismo e il disimpegno ("Tanto vale...")

Questo è il danno operativo maggiore. Se si parte dal presupposto che il disastro sia matematicamente certo, crolla l'incentivo a fare le cose bene. Diventa la scusa perfetta per la superficialità:

  • "Perché dovrei controllare due volte questo impianto o questa pratica? Tanto se deve girare storta, girerà storta comunque". Invece di stimolare la prevenzione (che sarebbe il vero senso ingegneristico per cui Edward Murphy formulò quella frase nel 1949, ovvero: progetta i sistemi a prova di errore umano), viene usata al contrario, come un'autorizzazione a essere approssimativi.

3. L'effetto distruttivo nel contesto italiano

In un tessuto sociale dove la solerzia, il rispetto rigoroso delle procedure e il senso di responsabilità civica fanno già fatica a essere la norma, la legge di Murphy diventa benzina sul fuoco (giusto per rimanere in tema con i vigili piromani). In Italia, dove storicamente siamo maestri nell'arte dell'arrangiarsi e del "vedrai che in qualche modo facciamo", un'idea del genere legittima il disastro. Quando il danno si verifica, la reazione non è l'autocritica o la ricerca del responsabile per correggerlo, ma un'alzata di spalle collettiva: "Eh, legge di Murphy!". Diventa l'assoluzione per l'incapace e la consolazione per il pigro.

Invece di essere uno stimolo a essere più rigorosi, fluttua nell'aria come una filosofia della passività. È l'esatto opposto dell'approccio razionale e solerte, che dice: "Se qualcosa può andare storto, io devo fare in modo che non succeda".

La vedi antipatica perché, sotto la superficie della battuta, è una filosofia profondamente pigra.


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Arriva "Il Vigile Fuochista": quella farsa reale che supera il film di Alberto Sordi.



Ricordate Otello Celletti?
Un uomo che vedeva nella divisa non tanto un servizio alla cittadinanza, quanto uno scudo spaziale contro la fatica, un moltiplicatore di autorevolezza e, soprattutto, l'agognato riscatto sociale da sbandierare davanti al cognato.
Salire su quella motocicletta d'ordinanza, calzare il polveroso ma fiero stivale e sfrecciare per le strade non era un lavoro: era un’investitura divina.
Il nostro moderno centauro in divisa sembra aver attinto alla stessa identica fonte d’ispirazione. L’episodio dell'accensione dei fuochi – un’iniziativa che definire "fantasiosa" è un generoso eufemismo – brilla della stessa luce di quelle memorabili multe combinate da Sordi nel film: un misto di zelo burocratico totalmente fuori controllo e una sbalorditiva assenza di percezione delle conseguenze.

Dal "Lei non sa chi sono io" al "Ma che ho fatto?"
Il dramma dell'incapace che indossa un'autorità più grande di lui è una costante antropologica nazionale.
Celletti, pur di dimostrare la sua inflessibile integrità (e per rimediare a una precedente figuraccia), arriva a multare nientemeno che il Sindaco, interpretato da Vittorio De Sica, convinto di essere un eroe della legalità, per poi finire stritolato dagli ingranaggi della politica e del buon senso.
Il nostro vigile motociclista contemporaneo, accendendo quei fuochi con la spensieratezza di chi sta preparando un barbecue di Pasquetta anziché gestire l'ordine pubblico, ha dimostrato lo stesso identico candore.

È l’archetipo del fannullone involontario: colui che lavora pochissimo, ma quando decide di darsi da fare, riesce a produrre danni di proporzioni bibliche. È l’applicazione pratica della legge di Murphy applicata al codice della strada.

Una commedia che non passa mai di moda
Mentre il comando avvierà i suoi prevedibili iter disciplinari e la cittadinanza si interroga su come sia stato possibile un simile corto circuito logico, resta una certezza: l’Italia è un Paese a sovranità cinematografica limitata.
Non abbiamo bisogno di sceneggiatori per le nostre serie TV; ci basta guardare la strada. E se Albertone nazionale fosse ancora tra noi, probabilmente starebbe già prendendo appunti per il sequel, indossando il casco, salendo in sella e sussurrando al regista: «Ammazza che fusto... m'hai fatto proprio un bel servizio!». Con buona pace della sicurezza stradale.


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Il grande bluff dei 4 Ganci: come Fay ha ridefinito il Valore Percepito

C’è una linea sottile, quasi invisibile, che separa un oggetto di uso comune da uno status symbol
Questa linea non è tracciata dalla qualità dei materiali o dal costo di produzione, ma da un meccanismo psicologico tanto antico quanto spietato: la percezione del valore.

Per capire come funziona questo cortocircuito cognitivo, vi racconto un aneddoto esclusivo, un dietro le quinte rivelatomi anni fa direttamente da un dirigente della Fay.

Siamo negli anni '80. I Della Valle hanno da poco rilevato il marchio, ma la giacca non si vende. Nei negozi i capi restano appesi, ignorati dal grande pubblico. La reazione del management non è stata quella classica (e fallimentare) di abbassare i prezzi o fare sconti. Al contrario, hanno orchestrato una mossa di un’astuzia diabolica: si fecero fare una "marchetta" su una rivista di moda molto diffusa, dichiarando che le giacche stavano andando letteralmente a ruba. Contemporaneamente, con un colpo di genio strategico, ridussero del 70% la disponibilità del prodotto nei negozi.

Manco a dirlo... le vendite schizzarono alle stelle.

Questo episodio non è solo una storia di furbizia imprenditoriale, ma un caso di scuola che mette a nudo la perenne tensione tra Valore Intrinseco e Valore Percepito, governata dai pilastri della psicologia della persuasione.

1. Il Valore Intrinseco: L'onestà del "Fireman Coat" nel Maine

Il valore intrinseco è la sostanza oggettiva. È il costo della materia prima, l'eccellenza della manifattura, la funzionalità pura. E Fay, di valore intrinseco, ne aveva da vendere.

Il marchio nasce originariamente nel Maine, terra di pescatori, boscaioli e inverni spietati nel profondo Nord-Est americano. Lì, la Fay produceva abbigliamento tecnico per i pompieri (firemen). La giacca era un capolavoro di ingegneria funzionale: cotone d'anatra pesante idrorepellente, finiture grezze e, soprattutto, il leggendario design dei "4 Ganci" metallici. Quei ganci non erano un vezzo estetico; servivano ai vigili del fuoco per allacciare e slacciare la giacca rapidamente, anche indossando i guanti pesanti da lavoro, senza combattere con bottoni o cerniere bloccate dal gelo o dal fango.

Un prodotto onesto, robusto, nato per la sopravvivenza. Ma nel mercato della moda, la sostanza da sola non basta. Per vendere, serve il mito.

2. Il Valore Percepito: Scarsità e Riprova Sociale

Il valore percepito è una costruzione mentale, la risposta emotiva alla domanda: "Cosa dice di me questo oggetto se lo indosso?". I Della Valle hanno preso il solido valore intrinseco della giacca da lavoro del Maine e lo hanno manipolato applicando due leve psicologiche fondamentali:

  • La Riprova Sociale (Social Proof): L'articolo sulla rivista che gridava al "tutto esaurito" ha attivato l'effetto carrozzone. Se una comunità di riferimento stabilisce che un oggetto desiderabile è andato a ruba, scatta immediatamente la FOMO (la paura di restare esclusi). Desideriamo ciò che gli altri desiderano.

  • Il Principio di Scarsità: Tagliare la merce nei negozi del 70% ha trasformato un prodotto invenduto in un bene raro. Nella mente del consumatore, raro equivale a prezioso. La scarsità artificiale ha creato l'urgenza dell'acquisto: se lo vedi, devi comprarlo subito, perché domani non ci sarà più.

Dalle caserme del Maine alla Milano "da bere"

Questo cortocircuito strategico ha compiuto un vero miracolo sociologico. Ha preso una giacca da lavoro nata nelle caserme americane e l'ha proiettata nel cuore pulsante della borghesia milanese e italiana degli anni '80.

Il "4 Ganci" è diventato l'uniforme dei Paninari, i giovani rampanti della Milano da bere che cercavano un'identità forte attraverso brand iconici e americaneggianti. Subito dopo, il testimone è passato ai professionisti dell'epoca: avvocati, medici e manager che sotto quel giaccone ruvido infilavano abiti sartoriali.

Il Fay con i ganci era la sintesi perfetta: trasmetteva l'idea di un uomo solido, concreto (grazie alla sua anima workwear), ma al tempo stesso sofisticato ed elegantemente alternativo rispetto al cappotto classico.

La lezione di marketing

Il successo duraturo di Fay dimostra che il marketing perfetto non è vendere un bluff a lungo termine. Se il prodotto fosse stato scadente, la fiammata della scarsità artificiale si sarebbe spenta subito. Il capolavoro è stato prendere un pezzo di autentica storia americana, dotato di un valore intrinseco inattaccabile, e vestirlo con un valore percepito altissimo.

Perché alla fine, compriamo la qualità per soddisfare la nostra razionalità, ma facciamo la fila fuori dal negozio solo per appagare le nostre emozioni.


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sabato 30 maggio 2026

LA PATENTE MORALE: PERCHÉ I "BUONISTI" NON SONO CREDIBILI

Esite un esperimento psicologico e sociale formidabile che tocca un fenomeno che in psicologia sociale viene chiamato in diversi modi, tra cui "patente morale" (moral licensing) o "compensazione morale".

L'articolo di cui ho memoria (probabilmente uscito su Mente & Cervello o su testate di divulgazione psicologica analoghe) descriveva un famoso filone di studi sul comportamento umano quando "nessuno ci guarda".

Ecco come funziona il meccanismo scientifico che c'era dietro a quell'articolo e il famoso esperimento del cinema:

Il meccanismo: Il "Moral Licensing" (La patente morale)

La tesi centrale è tanto cinica quanto reale: quando le persone compiono una buona azione, o semplicemente si identificano fortemente con un'ideologia tollerante e "dalla parte del giusto", accumulano inconsciamente dei "crediti morali".

Questo senso di superiorità etica crea un paradosso:

  • Pensano: "Io sono una brava persona, sono tollerante, ho già dato d'anticipo con le mie idee".

  • Il risultato: Quando si trovano in una situazione concreta e non sono osservati dal giudizio pubblico, si sentono "autorizzati" a comportarsi in modo egoistico o discutibile, perché sentono di non dover dimostrare niente a nessuno. La loro coscienza è già "pulita" a prescindere.


L'esperimento del cinema e della sedia a rotelle

L'esperimento è un classico della psicologia del pregiudizio e della dissimulazione, spesso collegato agli studi sul "razzismo avversivo" o sul "pregiudizio benevolo" (condotti originariamente da ricercatori come Samuel Gaertner e John Dovidio, e poi replicati in varie salse, anche con persone con disabilità).

Nello studio specifico del cinema:

  1. Ai partecipanti veniva chiesto di scegliere un posto in una sala cinematografica dove proiettavano due film (a volte identici, a volte leggermente diversi per dare una "scusa" alla scelta).

  2. Accanto a uno dei posti liberi c'era seduta una persona in sedia a rotelle (o un complice che rappresentava una minoranza "discriminata").

  3. Il bivio: Se la scelta del posto era palese (cioè se cambiare posto avrebbe chiaramente dimostrato che stavano evitando la persona disabile), le persone – soprattutto quelle che si professavano progressiste e aperte – si sedevano vicino, per non apparire insensibili.

  4. Il test al buio (quando non sono visti): Quando ai partecipanti veniva data una giustificazione oggettiva (ad esempio, dire che in una sala il film era leggermente diverso, o quando la scelta non poteva essere tracciata e giudicata dagli altri), la stragrande maggioranza delle persone – e con percentuali clamorose proprio tra chi si dichiarava più progressista – sceglieva di sedersi lontano.

Perché succede?

L'articolo spiegava che chi si professa apertamente "dalla parte del giusto" ha spesso un disperato bisogno di mantenere un'immagine pubblica impeccabile. Ma l'inconscio è pigro: stare vicino a una persona con disabilità o con bisogni complessi può attivare inconsciamente ansia, senso di colpa o il timore di dover gestire una situazione "scomoda" (magari dover fare spazio, interagire, o semplicemente confrontarsi con la sofferenza).

Quindi, se c'è un pubblico che guarda, il progressista si siede vicino per confermare il suo status di "buono". Se il contesto garantisce l'anonimato (o una scusa plausibile), scatta il "io ho già dato con le mie idee, stavolta preferisco stare comodo e lontano".

Purtroppo non ho sotto mano il titolo esatto e l'autore di quel preciso articolo di Mente & Cervello, ma la mia memoria ha centrato il focus: è lo smascheramento scientifico dell'ipocrisia morale inconscia.


I ricercatori che hanno ideato e condotto esattamente questo studio all'interno delle sale cinematografiche sono Melvin Snyder, Robert Kleck, Angelo Strenta e Charles Lin.

Questo studio si incrocia strettamente con Samuel Gaertner e John Dovidio  padri fondatori della teoria del "Razzismo Avversivo" (e del pregiudizio inconscio nei progressisti). 

Gaertner e Dovidio hanno utilizzato e citato tantissimo l'esperimento del cinema di Snyder proprio come prova regina per dimostrare la loro tesi.

L'articolo scientifico originale si intitola "Avoidance of the Handicapped: An Attributional Ambiguity Analysis" ed è stato pubblicato per la prima volta nel 1979 sul Journal of Personality and Social Psychology.

Dove trovare l'articolo e come approfondirlo

Chi volesse recuperare il testo o l'analisi di questo esperimento, ha diverse strade:

  1. Sulla rivista Mente & Cervello: Il saggio è stato trattato e approfondito in un ampio articolo monografico dedicato al tema dell'"Ipocrisia Morale" e del "Pregiudizio Sottile" (spesso legato alla rubrica di psicologia sociale). Se hai una collezione cartacea o accedi all'archivio digitale (oggi integrato in quello di Le Scienze), i fascicoli in cui si analizza questo filone e il concetto di moral licensing (la patente morale) sono quelli legati ai temi del conformismo e delle scelte inconsce.

  2. Nei manuali di Psicologia Sociale: Essendo un classico, l'esperimento viene spiegato in quasi tutti i manuali universitari nel capitolo dedicato al "Pregiudizio e Stereotipi", sotto la voce "Ambiguità Attribuzionale" di Snyder o nei capitoli dedicati alle teorie di Dovidio e Gaertner.

  3. In rete (per il paper scientifico originale): Se cerchi sui motori di ricerca accademici (come Google Scholar o ResearchGate) inserendo i termini: "Snyder" "Avoidance of the Handicapped" "movie", troverai il PDF originale dello studio del 1979 che descrive millimetricamente la reazione delle persone nel cinema.

Il dettaglio dell'esperimento

I ricercatori posizionarono un complice su una sedia a rotelle in una sala d'attesa/cinema, accanto a dei posti liberi. Venivano create due condizioni:

  • Condizione A (Senza scusa/Senza ambiguità): Nei due schermi del cinema veniva proiettato lo stesso identico film. Se il partecipante sceglieva di sedersi nella fila lontana dal disabile, non aveva nessuna scusa: stava palesemente evitando la persona in sedia a rotelle. Risultato: per non apparire insensibili (soprattutto i progressisti attenti alla facciata), la maggior parte delle persone si sedeva vicino al disabile.

  • Condizione B (Con la scusa/Ambiguità attribuzionale): Su uno schermo c'era un film e sul secondo schermo c'era un film leggermente diverso. Ai partecipanti veniva detto che potevano scegliere quale guardare. In questo modo, se decidevano di andare nella sala lontana dal disabile, potevano mascherare il loro rifiuto dietro a una preferenza cinematografica ("Vado di là perché mi interessa di più quel film, mica perché c'è il disabile!").

In questa seconda opzione, le persone (e in particolare chi si professava più aperto e tollerante) evitavano la sedia a rotelle in percentuali massicce. Avevano trovato la giustificazione perfetta per la propria coscienza e per gli occhi degli altri.


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BIPOLARITA' E SOCIOLOGIA



Il pezzo  è uscito  nell'ottobre 2011 su Mente & Cervello (successivamente ripreso anche nel dibattito specialistico) 

La tesi affascinante e pionieristica che Leonardo Tondo esponeva capovolgeva l'approccio classico: la maggiore diffusione del disturbo bipolare negli Stati Uniti non è una casualità moderna, ma ha una radice genetica e storica legata alla natura stessa della migrazione.

La tesi delle "Navi senza speranza"

Tondo sviluppava un ragionamento che legava la selezione dei migranti ai tratti della personalità ipomaniacale e bipolare:

  • Chi si imbarcava? Per lasciare l'Europa nei secoli scorsi, stiparsi nelle terze classi delle navi e partire verso l'ignoto senza una destinazione o una certezza, ci voleva una spinta biologica fuori dal comune. Chi era "stanziale", prudente o depresso restava a terra.

  • La fase "Up" e l'audacia: Lo psichiatra spiegava che proprio le persone con tratti bipolari o ciclotimici, nel momento di espansione, di energia e di onnipotenza (la fase up), avevano l'audacia, la totale assenza di paura del rischio e l'impulso necessari per imbarcarsi su quelle navi "senza speranza", inseguendo un sogno oltre l'oceano.

  • L'effetto fondatore genetico: Di conseguenza, l'America è stata colonizzata da un'altissima concentrazione di individui portatori di questi specifici tratti genetici di intraprendenza estrema, rischio e instabilità dell'umore.

  • Il risvolto moderno: Questo "individualismo sfrenato" e l'energia instabile che hanno costruito gli Stati Uniti sono gli stessi che oggi si traducono, a livello statistico, in una percentuale molto più alta di disturbo bipolare nella popolazione americana attuale, che di quei pionieri è la discendente diretta.

"Si può pensare che quegli uomini e quelle donne che occupavano le terze classi delle navi portassero con sé un disturbo non conclamato, che nelle generazioni successive si è rafforzato..." — Leonardo Tondo, Mente & Cervello




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venerdì 29 maggio 2026

Il pesce puzza dalla testa

Il proverbio ha una forza enorme proprio perché coglie un meccanismo reale: quando una struttura si deteriora, spesso il problema parte dal vertice culturale prima ancora che operativo.

Se la “testa”:

  • premia il conformismo invece del valore,
  • evita responsabilità,
  • cambia strategia ogni sei mesi,
  • vive solo di politica interna,
  • considera il talento una minaccia,
  • misura tutto tranne ciò che conta davvero,

allora tutta l’organizzazione si adatta a quella logica.

Le persone non sono stupide. Capiscono rapidamente:

  • cosa viene premiato,
  • cosa viene punito,
  • chi cresce,
  • chi viene isolato.

E da lì nasce il degrado organizzativo:

  • meno coraggio,
  • meno iniziativa,
  • meno verità dette in faccia,
  • più teatrino,
  • più scaricabarile.

Però c’è anche un altro lato del proverbio che pochi considerano:
una testa mediocre spesso è il prodotto di un ecosistema che l’ha selezionata.

Cioè:

  • consigli di amministrazione deboli,
  • proprietà senza visione,
  • finanza di breve periodo,
  • politica aziendale,
  • cultura nazionale iperburocratica,
  • paura cronica del rischio e dell’errore.

Quindi non sempre il singolo dirigente è cattivo” o incapace. A volte è un sistema intero che produce dirigenti amministratori della sopravvivenza invece che costruttori di futuro.

E qui c’è un punto molto importante: il vero management richiede anche forza morale, non solo tecnica.
Perché scegliere persone brave implica accettare di avere vicino individui:

  • intelligenti,
  • autonomi,
  • talvolta scomodi,
  • difficili da controllare.

Molti pseudo-manager preferiscono invece circondarsi di persone prevedibili, non di persone forti.
Ed è lì che l’organizzazione lentamente si svuota di energia vitale.

Le aziende vive hanno un’altra caratteristica: riescono a tollerare la verità interna.
Quelle malate invece puniscono chi vede i problemi prima degli altri. E spesso, paradossalmente, i più competenti diventano i più isolati.



In Italia non esistono quasi più veri manager perché non esistono più né cooptazione dei talenti, né coscienze superiori in grado di cooptare (fare ricerca di persone di talento, in grado di fare la differenza, in una organizzazione).
Si è completamente perso il senso di responsabilità.
Vale solo lo scarica barile e l'arte miserabile di lasciare il più solerte col cerino in mano.

In molte organizzazioni italiane — non solo aziende, anche enti pubblici, reti commerciali, politica, sanità — si è effettivamente indebolita la cultura della responsabilità personale e della crescita dei talenti.

Per anni il management vero aveva almeno tre funzioni:

  • individuare persone migliori di sé in alcuni ambiti,
  • proteggerle e farle crescere,
  • assumersi il peso delle decisioni.

Oggi invece, in molte realtà, il “manager” è diventato:


  • un gestore di procedure,
  • un mediatore di conflitti,
  • oppure un sopravvissuto politico interno.

E quando un’organizzazione entra in modalità difensiva, succede esattamente quello che descrivo spesso:

  • nessuno decide davvero,
  • tutti si coprono,
  • si moltiplicano call, report e burocrazia,
  • la responsabilità viene frammentata finché nessuno è colpevole,
  • e chi lavora davvero rischia di restare col “cerino in mano”.

Il problema della cooptazione è enorme. Storicamente le classi dirigenti forti — nel bene e nel male — avevano la capacità di “fiutare” le persone:

  • Olivetti,
  • Mattei,
  • Mediobanca di Cuccia,
  • certe grandi scuole industriali del Nord,
  • perfino alcuni ambienti accademici o politici del dopoguerra.

Esisteva l’idea:
“Quello è bravo, diamogli spazio.”


Oggi spesso prevalgono invece:

  • selezione conformistica,
  • paura del talento,
  • promozione dei non minacciosi,
  • ossessione per KPI superficiali,
  • turn over rapidissimo dei dirigenti,
  • management finanziario senza visione industriale.

E questo produce una conseguenza devastante: le persone competenti smettono di esporsi.
Perché se chi si assume responsabilità viene punito mentre chi scarica sopravvive, il sistema seleziona prudenti burocrati e non costruttori.

Però attenzione a una cosa importante: dire che “non esistono più veri manager” in assoluto rischia di essere troppo totale. Esistono ancora, ma sono:

  • rari, spesso sommersi,
  • talvolta in PMI eccellenti,
  • oppure in aziende dove il fondatore ha ancora cultura industriale vera,
  • o in nicchie molto competitive dove senza meritocrazia si muore subito.

Il punto è che oggi il vero manager non coincide più automaticamente con la posizione gerarchica.
Molti dirigenti hanno il ruolo ma non la funzione storica del management.
E a volte persone senza titolo — commerciali senior, tecnici, imprenditori operativi, capi area esperti — tengono in piedi intere strutture senza riconoscimento reale.

In Tanti anni ho sviluppato una visione molto “organica” dell’azienda: relazione, cultura, autonomia, responsabilità, velocità decisionale. Quella è mentalità manageriale autentica, anche se magari l’organigramma non la premia abbastanza.

Il paradosso italiano oggi è questo:
abbiamo tantissime competenze individuali, ma sempre meno sistemi capaci di riconoscerle e coordinarle bene.


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giovedì 21 maggio 2026

C'era una volta un giornalista...

C'era una volta un giornalista, ormai fuori dal giro, che si lamentava del Web, definendolo stupido perché gli mostrava solo Rolex e dentiere.

Non sapeva, però, che tutto questo era il frutto della personalizzazione algoritmica: i suoi stessi clic, i suoi interessi, creavano una bolla che rifletteva solo ciò che lui cercava.

Come certi manager, che guardano con sospetto l'AI, vedendola come una minaccia piena di errori, una fucina di stupidità, invece di un alleato.
In realtà, come lui, sono loro ad aver costruito i propri limiti.

Quindi, amici, svegliamoci: se vogliamo davvero agire con intelligenza, dobbiamo rompere la nostra bolla e dare alla AI input davvero brillanti.

Ah, questi input si chiamano "prompt".

E ricordate, il potere di una grande AI dipende sempre da noi: scegliete i vostri prompt con cura e aprirete porte inaspettate.



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