domenica 12 luglio 2026

Dall'ammirazione all'emulazione il passo è breve, ma... l'invidia è sempre lì a fare capolino.

C'è sempre stata una grande ammirazione da parte dei francesi, sia di alto che di basso livello verso gli italiani.
L'ammirazione fa imitare e quando ci si accorge che si è imitato troppo si uccide il proprio idolo, per trovare una nuova strada.
Molière si accorse per primo che addirittura la lingua francese si stava italianizzando a causa della Commedia dell'Arte e inventò un nuovo teatro (tenendo sempre di vista l'Italia, con la coda dell'occhio).

il rapporto culturale tra Francia e Italia nel XVII secolo è stato esattamente un intenso corteggiamento seguito dal bisogno di emanciparsi
Dalla fascinazione all'assimilazione
Per tutto il Rinascimento e oltre, l'Italia è stata il faro culturale dell'Europa. I francesi guardavano al Belpaese con una profonda ammirazione. A teatro, la Commedia dell'Arte spopolava a Parigi: le maschere come Arlecchino e Pantalone, l'uso dell'improvvisazione e la fisicità degli attori italiani avevano conquistato sia il popolo che la corte. 
Il "pericolo" linguistico e culturale
Questa egemonia culturale divenne talmente pervasiva che la lingua francese stessa rischiava di perdere la propria identità, contaminandosi eccessivamente con le espressioni e la struttura della Commedia dell'Arte. Il teatro italiano, basato sul canovaccio e sui lazzi, era estremamente popolare ma spesso considerato dai letterati francesi come volgare e anarchico. 
La rivoluzione di Molière
Molière intuì che per creare un teatro veramente nazionale e moderno (la grande "commedia di carattere"), doveva superare il modello italiano senza però rinnegarlo. 
Il distacco: prese le distanze dall'improvvisazione e dalle maschere fisse, introducendo testi scritti con rigore, trame strutturate e una satira profonda dei costumi della società francese. 
  • Lo sguardo sull'Italia: nonostante questa evoluzione, Molière non smise mai di osservare l'Italia. L'influenza italiana rimase nel suo stile, nella vivacità dei dialoghi e in capolavori dichiaratamente "all'italiana" come Le furberie di Scapino (Les Fourberies de Scapin) o nella ripresa degli intrighi farseschi. 
Con Molière, la Francia ha "superato" il maestro italiano, dando vita a un teatro classico che a sua volta diventerà un modello universale, pur conservando l'energia e il ritmo ereditati dalla Commedia dell'Arte.
Sarebbe da approfondire:
  • Alcune specifiche commedie di Molière che mostrano più chiaramente l'influenza italiana
  • Come il teatro italiano ha risposto a questa evoluzione francese nei secoli successivi
  • L'influenza di Molière sulla riforma di Carlo Goldoni in Italia.

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domenica 5 luglio 2026

COME COSTRUIRE UNA SOCIETÀ SICURA CHE NON TEME CHI È DIVERSO. IL MODELLO DEL PROFESSOR FRANCO FABBRO.

Anni fa ascoltai un'intervista al Prof. Franco e mi risuonò straordinariamente il parallelismo che lui faceva tra la sicurezza psicologica del piccolo gruppo e la capacità di non temere chi è diverso.

Il professor Franco Fabbro – neuroscienziato, neurolinguista e studioso profondo della mente umana – tocca corde straordinariamente lungimiranti nelle sue tesi. Il suo approccio unisce la rigorosa neurobiologia dello sviluppo a una visione umanistica e filosofica dell'essere umano.

Le sue idee sulla prima infanzia e sulle micro-comunità offrono una chiave di lettura potente per capire come coltivare l'umano in una società complessa.

1. L'educazione precoce (3-4 anni): Preservare la plasticità cerebrale

Fabbro insiste sulla fascia d'età dai 3 ai 4 anni perché coincide con un periodo di massima plasticità cerebrale e con le "finestre critiche" dello sviluppo cognitivo ed emotivo. Introdurre determinati stimoli in questa fase non significa "forzare" il bambino, ma gettare le fondamenta biologiche per un pensiero aperto.

  • Le Lingue (Plurilinguismo): Da neurolinguista, Fabbro sa bene che il cervello del bambino è strutturato per assorbire i fonemi in modo naturale. Imparare più lingue precocemente non solo sviluppa una maggiore flessibilità cognitiva (il problem solving), ma instilla a livello neurologico l'idea che la propria lingua non è l'unico modo per definire il mondo. È il primo vaccino contro l'etnocentrismo.

  • La Musica: La musica stimola le aree cerebrali dell'attenzione, della coordinazione e, soprattutto, dell'empatia. Ascoltare e fare musica insieme sintonizza i cervelli dei bambini sulla stessa frequenza emotiva, insegnando l'ascolto dell'altro prima ancora delle parole.

  • Il Pensiero Critico: Non si tratta di insegnare la logica formale a tre anni, ma di stimolare la meraviglia, il dubbio e la domanda ("Perché?"). Educare al pensiero critico da piccoli significa non abituare il bambino ad accogliere verità dogmatiche calate dall'alto, ma renderlo un esploratore attivo della realtà.

  • Le Religioni (e la spiritualità): Fabbro distingue spesso la religiosità istituzionale dalla dimensione spirituale e meditativa (ha scritto molto sulla mindfulness e sulla preghiera). Educare i bambini alla pluralità delle religioni e alla conoscenza del sacro significa due cose: da un lato, dare loro gli strumenti per comprendere la storia e l'arte; dall'altro, strutturare una via per esplorare la propria interiorità e il senso del limite, coltivando il rispetto per le credenze altrui.

L'insieme di questi pilastri crea, i presupposti per formare non solo un "cittadino", ma una persona nel senso più pieno e nobile del termine: empatica, aperta, capace di discernimento e interiormente solida.

2. Le Micro-Comunità: Gestire la nostra genetica "tribale"

La seconda tesi di Fabbro che hai citato tocca un punto nevralgico dell'antropologia e della psicologia evoluzionistica: l'uomo è un animale tribale.

Per centinaia di migliaia di anni, la nostra specie si è evoluta in piccoli gruppi (la famosa dimensione di Dunbar, circa 150 individui). Geneticamente siamo programmati per cooperare intensamente con chi percepiamo come "membro del nostro clan" (in-group) e a guardare con diffidenza, paura o ostilità lo straniero (out-group). Fabbro definisce l'uomo "rischioso" o incline al conflitto proprio per questo retaggio biologico.

La sua proposta delle micro-comunità omogenee è brillante perché non nega la nostra natura, ma la asseconda per scopi positivi:

  • La sicurezza del "clan": In una micro-comunità in cui le persone si conoscono tutte per nome, si crea un forte senso di appartenenza, fiducia reciproca, accudimento e sicurezza psicologica. Il bambino e l'adulto non si sentono atomi isolati nella massa anonima della metropoli.

  • L'apertura verso l'esterno: Paradosso vuole che solo quando l'essere umano si sente profondamente sicuro all'interno delle proprie radici e del proprio gruppo, sperimenta la serenità necessaria per aprirsi al diverso senza paura. Se la mia identità è salda e protetta dalla mia micro-comunità, l'incontro con l'altro non è più una minaccia di annientamento, ma un'opportunità di scambio e curiosità.

Un'ecologia dell'essere umano

Cosa pensare, dunque, di questa visione? È una proposta di ecologia umana. Fabbro ci ricorda che per salvare la società non servono grandi sistemi ideologici astratti, ma un ritorno alle misure biologiche e psicologiche dell'uomo: la mente aperta del bambino che impara a comunicare in molti modi (musica, lingue, spirito) e la dimensione comunitaria a misura d'uomo, dove la vicinanza fisica ed emotiva neutralizza l'aggressività e genera solidarietà.

È un modello che ridefinisce il concetto di progresso: non un correre cieco verso una globalizzazione che omologa e isola, ma un radicarsi nel piccolo per poter comprendere e abbracciare l'immenso.


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sabato 27 giugno 2026

L'illusione dell'ordine: cosa sono i Bias Cognitivi e perché soffriamo di Apofenìa

L'illusione dell'ordine: cosa sono i Bias Cognitivi e perché soffriamo di Apofenìa

Il nostro cervello è uno straordinario processore, ma ha un disperato bisogno di risparmiare energia. Per farlo, utilizza delle scorciatoie mentali. Il problema è che, spesso, queste scorciatoie ci fanno prendere lucciole per lanterne, portandoci a vedere intenzioni, complotti o leggi universali dove in realtà c’è solo il puro, caotico caso.

Per capire come cadiamo in queste trappole mentali, dobbiamo fare chiarezza su due concetti speculari: i bias cognitivi e l'apofenìa.

I Bias Cognitivi: i "difetti di fabbrica" del pensiero

Un bias cognitivo è una distorsione sistematica del giudizio. Non è una distrazione momentanea, ma un vero e proprio errore di valutazione strutturale che il cervello commette quando interpreta le informazioni. Ne esistono a decine, ma tre in particolare governano la nostra quotidianità:

  • Il Bias di Conferma (Confirmation Bias): È la tendenza a selezionare solo i dati che confermano quello che già pensiamo, ignorando tutto il resto. Se sono convinto che tutti i giovani siano pigri, noterò e ricorderò ogni ragazzo svogliato che incontro, cancellando dalla memoria i venti ragazzi lavoratori visti lo stesso giorno.

  • Il Bias di Ancoraggio (Anchoring Bias): La tendenza ad affidarsi in modo eccessivo alla prima informazione che riceviamo su un argomento, usandola come punto di riferimento fisso, anche se è sbagliata o parziale.

  • L'Effetto Dunning-Kruger: Quel paradosso per cui le persone ignoranti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie competenze, mentre gli esperti, conoscendo la complessità della materia, rimangono pieni di dubbi.

L'Apofenìa: vedere disegni nel caos

Se i bias sono gli errori di logica, l'apofenìa è l'errore della percezione. Si tratta della tendenza innata a individuare schemi ordinati, connessioni significative o relazioni di causa-effetto in dati assolutamente casuali o privi di legame.

Il termine fu coniato nel 1958 dal neurologo Klaus Conrad. Il nostro cervello è biologicamente programmato per riconoscere forme e patterns (modelli) perché in passato questo ci salvava la vita: era meglio scambiare un'ombra per un predatore (falso positivo) che un predatore per un'ombra (errore fatale). Oggi questa stessa programmazione ci fa prendere dei granchi colossali:

  1. Nomi e Destino: Credere che la lettera "R" nel nome renda le persone "responsabili" è un classico esempio di apofenia alimentata dal bias di conferma.

  2. Numeri e Coincidenze: Guardare l'orologio e vedere spesso le 11:11, convincendosi che l'universo ci stia mandando un segnale. In realtà guardiamo l'orologio centinaia di volte al giorno, ma il cervello registra e ricorda solo la combinazione insolita.

  3. Pareidolìa: È la sotto-categoria visiva dell'apofenìa. È il motivo per cui vediamo una faccia nella parte anteriore di un'automobile, una forma di animale in una nuvola o il volto di un santo su una fetta di pane tostato.

   [Dati Caotici e Casuali] 
             │
             ▼
   [Filtro dei Bias e Apofenia] 
             │
             ▼
   [Illusione di un Senso o di una Legge]

Perché ci caschiamo? La ricerca della Pace

Il cervello umano detesta l'incertezza e il caos. Accettare che un evento sia frutto della pura casualità genera ansia. L'apofenia e i bias cognitivi agiscono come un sedativo: ci danno l'illusione di poter controllare la realtà, di aver capito come gira il mondo, di aver trovato una regola.

Ma la vera coscienziosità sta nel saper dire di no a queste risposte facili. Riconoscere i propri bias e smascherare l'apofenìa non significa togliere poesia alla vita, ma ripulire il campo dalle illusioni per concentrare le nostre energie su ciò che è reale, misurabile e governabile.

Dopotutto, per proteggere la nostra salute mentale e le nostre relazioni, serve lucidità: un "no" scientifico ai falsi miti è il primo passo per tenere lo psicologo lontano e la pace vicino.


Attenzione esiste un SIMBOLISMO PERSONALE che non viene sminuito da quanto detto sopra.

il simbolismo personale non sminuisce affatto la razionalità della catena del valore, anzi, ne è il carburante emotivo e inconscio.

Nel mio esempio, la "Barista che porta fortuna" non è una credenza magica astratta (come l'apofenia della lettera R). È la traduzione che il tuo inconscio fa di un'esperienza reale, positiva e razionale.

Ecco come si incastrano perfettamente questi due concetti senza contraddirsi:

1. Il Simbolismo Personale come "Rilevatore d'Avanguardia"

L'inconscio elabora migliaia di dati prima della mente razionale. Quando entri in quel bar, il tuo istinto nota dettagli sottili: l'energia pulita della barista, la sua gentilezza autentica, la sua intelligenza emotiva. Il tuo inconscio "legge" che lì c'è del buono e sintetizza tutto questo flusso di dati razionali in un'immagine immediata: "Questa persona porta fortuna". Il simbolo è la scorciatoia che la psiche usa per dirti: «Fidati, qui c’è valore».

2. La Catena del Valore come Verifica Razionale

Se il simbolismo personale è l'intuizione iniziale (il Sole in tasca che percepisci a pelle), la Catena del Valore è la conferma logica e pragmatica sui fatti. La barista ti segnala la badante, la badante si rivela brava, si arriva al neurologo e il problema dell'anziano viene gestito al meglio.

La catena del valore dimostra che la tua intuizione era corretta. Il cerchio si chiude:

  • L'Inconscio (Simbolismo): Sente l'energia positiva e crea il simbolo ("Porta fortuna").

  • La Realtà (Catena del Valore): Mette in fila i fatti, i professionisti e le buone azioni, generando Valore e Pace.

In sintesi: Non è magia, è Intuito Relazionale

Dire che quella persona "porta fortuna" nel tuo simbolismo personale è un modo buono, sano e poetico per descrivere una persona che emana valore. Non sminuisce la razionalità, la celebra. È la tua mente che riconosce i circoli virtuosi e impara a replicarli, tenendo lontani i vampiri energetici.

Un delicato equilibrio tra l'istinto del simbolo e la concretezza della catena del valore: 

Il punto d'incontro: dall'Intuito al Fatto

C'è un abisso tra la superstizione e l'intuito psicologico. Dire che quella barista "porta fortuna" non è un pensiero magico campato in aria, ma il modo in cui l'inconscio sintetizza all'istante mille dettagli reali: l'intelligenza emotiva, l'energia pulita, la trasparenza di chi hai di fronte.

Il simbolismo personale è il rilevatore d'avanguardia: sente il buono a pelle e crea il simbolo ("porta fortuna"). La catena del valore è la verifica pragmatica: mette in fila i fatti (la badante, la direttrice, il neurologo) e dimostra che l'istinto aveva ragione.

Non c'è scollamento tra emozione e logica:

  • L’istinto individua il valore.

  • La ragione lo mette a sistema.

Il simbolo personale non sminuisce la razionalità; è la scorciatoia della psiche per riconoscere i circoli virtuosi, blindare la propria pace e applicare quel "NO" quotidiano che tiene lontani i vampiri energetici.


ANIMISMO E SIMBLISMO

L'animismo è più strettamente legato alla religione, configurandosi storicamente come la forma primordiale di culto della storia umana. Il simbolismo è invece un codice conoscitivo, un metodo espressivo e un movimento culturale.
Di seguito viene spiegato cosa sia il simbolismo e perché i due concetti si differenziano, nonostante la comune radice arcaica.
Cos'è il Simbolismo
Il simbolismo è una modalità di pensiero (e successivamente un movimento artistico-letterario di fine Ottocento) che legge la realtà materiale come un insieme di segni che rimandano a significati astratti, invisibili o universali. Nel simbolismo, l'oggetto fisico non ha valore in sé, ma funge da veicolo per qualcos'altro: un'idea, un'emozione nascosta o un archetipo. La parola o l'immagine non descrivono la realtà in modo logico, ma la evocano analogicamente. 

Perché sono differenti: il confronto
La differenza fondamentale sta nello statuto che si attribuisce alla materia e nella finalità del legame con l'invisibile:
Caratteristica AnimismoSimbolismo
Natura del legameOntologica e vitale: L'oggetto ha un'anima propria e viva.Semantica ed estetica: L'oggetto rimanda a un significato esterno o superiore.
Ambito principaleReligioso e antropologico: È un sistema di credenze, riti e culti.Filosofico, linguistico e artistico: È uno strumento di conoscenza ed espressione.
La PietraLa pietra è viva, ospita uno spirito con cui l'uomo deve dialogare.La pietra rappresenta la durezza, il tempo immutabile o la freddezza dell'anima.
ObiettivoSopravvivenza e sacralità: Mantenere l'equilibrio biologico e spirituale con il cosmo.Svelamento ed evocazione: Superare il limite del linguaggio razionale per toccare l'assoluto.
Sintesi del divario
Mentre l'animista compie un atto di fede e interazione cultuale con entità viventi nascoste nei fenomeni naturali, il simbolista compie un atto di decodifica intellettuale, poetica o mistica della realtà, interpretando il mondo come una immensa foresta di corrispondenze. L'animismo popola il mondo di forze concrete; il simbolismo trasforma il mondo in una mappa di significati ideali.
punto di contatto più profondo e radicale: quel nucleo arcaico, preistorico e pre-filosofico in cui la mente umana non separava ancora il soggetto dall'oggetto, il naturale dal soprannaturale.
Questo livello originario accomuna l'animismo e il simbolismo attraverso tre elementi fondamentali:
  • Il pensiero mitico: Entrambi si muovono nell'epoca (o nello stato mentale) in cui la realtà non si spiega con concetti astratti o cause scientifiche, ma si vive attraverso narrazioni, immagini e intuizioni immediate. 
  • La partecipazione mistica: È il concetto antropologico (teorizzato da Lévy-Bruhl) per cui l'uomo non è un osservatore esterno della natura, ma si sente fuso con essa. Un legame di sangue e di spirito unisce l'uomo all'animale, alla pianta e alla pietra.
  • La parola come evocazione: In questo stadio pre-filosofico, la parola non serve a descrivere una cosa, ma a evocarla e a manifestarla. Il linguaggio ha un valore magico-rituale: nominare un simbolo o uno spirito significa renderlo presente.
Il Simbolismo di fine Ottocento, pur nascendo in un'epoca industriale e iper-razionale, compie un'operazione di archeologia psichica. Gli artisti simbolisti (pensa a Gauguin che fugge a Tahiti, o ai poeti che cercano l'estasi) cercano deliberatamente di regredire a quella purezza preistorica. Vogliano distruggere la gabbia della logica filosofica e scientifica per ritrovare lo sguardo del primo uomo della Terra, per il quale il mondo era ancora un mistero vivente, sacro e terribile.

Questa dimensione pre-filosofica è stata esplorata e in parte teorizzata da psicologi come Carl Jung, attraverso gli archetipi, e da artisti come Paul Gauguin che cercò di dipingere questo "arcaico" primitivo.



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giovedì 25 giugno 2026

MA LE MOTO GIAPPONESI DOVE SONO FINITE?

Approfitto di questo post per evidenziare come si possa utilizzare in modo "intelligente"  l'intelligenza artificiale. 
Come si può constatare, per avere risposte interessanti bisogna fare DOMANDE CURIOSE.

Ecco due diverse opzioni ottimizzate per il pubblico di LinkedIn: la prima focalizzata su una prospettiva di business e marketing, la seconda incentrata sul divario culturale aziendale tra Oriente e Occidente.

 business e marketing

🏍️ Cosa insegna il caso delle moto giapponesi sulla polarizzazione dei mercati?
Fino a pochi anni fa, il mercato delle due ruote era dominato dal blocco delle "quattro sorelle" nipponiche: Honda, Yamaha, Kawasaki e Suzuki. Oggi, la percezione e la visibilità nei segmenti premium occidentali dicono tutt'altro.
Cosa è successo a livello macroeconomico e strategico?

1️⃣ La morsa della polarizzazione: Il mercato si è diviso. In alto, i marchi europei (Ducati, BMW, KTM) hanno conquistato i segmenti premium ed emozionali a margini elevatissimi. In basso, i colossi cinesi (CFMoto, QJ Motor) hanno aggredito la fascia d'accesso con prezzi imbattibili e dotazioni tecnologiche di serie.

2️⃣ Volumi contro Margini: I costruttori giapponesi non sono in crisi finanziaria, ma hanno spostato il baricentro. I veri profitti si fanno nei mercati emergenti asiatici con milioni di scooter e piccole cilindrate. Sviluppare modelli di nicchia e ad altissime prestazioni per l'Europa è diventato meno redditizio.

3️⃣ La trappola dell'over-engineering: Per decenni, l'affidabilità totale e i lunghi processi di approvazione interni sono stati il punto di forza del Giappone. Oggi, la velocità di esecuzione e la capacità di lanciare trend (design radicale, elettronica predittiva) premiano l'agilità europea e la rapidità cinese.
La lezione di business: Essere leader storici non garantisce la rilevanza futura se non si accetta la velocità di scomposizione del proprio mercato di riferimento. Difendere i volumi globali a scapito del posizionamento del brand è una scelta legittima, ma ha un costo enorme in termini di visibilità e percepito tecnologico.

#BusinessStrategy #Automotive #Marketing #Giappone #MarketTrends #TwoWheels

divario culturale aziendale

🏁 Cultura aziendale e declino competitivo: il caso del motorsport giapponese.

Guardando la MotoGP o il mercato delle moto ad alte prestazioni, balza all'occhio un dato macroscopico: il dominio assoluto dei costruttori europei (Ducati, Aprilia, KTM) e la rincorsa affannosa dei colossi giapponesi.

Non è solo una questione di budget o di cavalli. È una crisi legata ai modelli organizzativi e culturali:

🔹 Isolamento vs. Ecosistema: Per anni, le decisioni critiche e lo sviluppo dei reparti corse giapponesi sono rimasti centralizzati in case madri rigidamente gerarchiche in Giappone. Al contrario, i team europei hanno creato hub agili nella "Motor Valley" italiana o in Europa, attingendo a piene mani dal know-how e dalla velocità di esecuzione della Formula 1.

🔹 Avversione al rischio: La filosofia industriale giapponese, basata sul miglioramento continuo (Kaizen) e su cicli di test lunghissimi, si scontra con un mercato occidentale che oggi esige innovazioni software veloci, aerodinamica estrema e aggiornamenti continui. Se l'Europa rischia e stravolge i progetti in pochi giorni, il Giappone ottimizza l'esistente.

🔹 Il fattore normativo: Le severissime normative Euro 5+ hanno costretto i marchi nipponici a tagliare modelli iconici a 4 cilindri per standardizzare la produzione su motori bicilindrici più economici. Una scelta razionale per i bilanci, ma letale per l'appeal del brand.

Questo scenario ci ricorda che quando il contesto competitivo cambia radicalmente e accelera, i processi rigidi che un tempo garantivano la qualità rischiano di trasformarsi in una zavorra organizzativa.

#CorporateCulture #Leadership #Innovation #MotoGP #Management #Competitività
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