Una coscienza
ipertrofica è un'esagerata dilatazione della consapevolezza e
dell'attività razionale/riflessiva, che si ripiega ossessivamente su se stessa
diventando una gabbia mentale ed egocentrica.
È un concetto
spesso associato alla figura dell'inetto nella letteratura del Novecento (come
in Italo Svevo o nel "Signore del Sottosuolo" dostoevskijano).
Significato e Caratteristiche
- Egocentrismo e chiusura: La mente
è ipnotizzata dalla propria presenza, incapace di aprirsi davvero
all'esterno o di imparare dal passato.
- Malattia del troppo sapere: Come scriveva Fëdor Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo, "aver coscienza di troppe cose è una malattia", poiché il calcolo continuo e l'analisi esasperata paralizzano l'azione spontanea e la vita vissuta.
- Paradiso della ragione e perdita del contatto: In psicologia analitica (con Carl Gustav Jung), l'ipertrofia dell'io si rovescia nel suo contrario, diventando un "diventare inconscio della coscienza", poiché taglia fuori l'inconscio e le parti profonde della psiche. Questo è un paradosso psicologico molto fitto. Cerchiamo di sbrogliarlo e renderlo semplice e immediato.
Quando Jung
parla di questo fenomeno, intende dire che se usi troppo la mente razionale,
finisci paradossalmente per comportarti in modo del tutto inconscio (cioè cieco
e automatico).
Ecco come
funziona questo meccanismo passo dopo passo:
1. La trappola del "Paradiso della Ragione"
L'Io
ipertrofico si convince che la ragione logica possa controllare tutto:
emozioni, istinti, relazioni e imprevisti. La persona si rifugia in questo
"paradiso" fatto di pensieri, calcoli, analisi continue e schemi
mentali rigidi, convinta di avere il controllo assoluto sulla propria vita.
2. Il taglio con la realtà (La perdita del contatto)
Mentre la
mente è impegnata a fare mille pensieri e congetture, si disconnette da due
cose fondamentali:
- Il mondo esterno: Non si
vive più nel presente, ma solo dentro la propria testa.
- Il mondo interno: Vengono
ignorati i segnali del corpo, le emozioni profonde, le intuizioni e gli
istinti (quello che Jung chiama Inconscio).
3. Il rovesciamento (Il "diventare inconscio della coscienza")
Qui scatta il
paradosso dostoevskijano e junghiano. Più la coscienza si gonfia e si isola
credendo di sapere tutto, più diventa fragile.
- Poiché rifiuti e tagli fuori l'inconscio, perdi
il controllo delle tue reazioni profonde.
- Non ascoltando più le tue emozioni
autentiche, inizierai a essere guidato da nevrosi, ansie improvvise, tic o
comportamenti automatici che non riesci a spiegarti.
- In breve: Credi di essere lucido
(cosciente), ma ti comporti come un automa guidato da forze che non
controlli (inconscio). La tua massima coscienza si è ribaltata in
totale incoscienza.
È come un
guidatore che fissa ossessivamente il navigatore satellitare (la ragione)
convinto di non poter sbagliare, ma così facendo smette di guardare la strada
reale davanti a sé, finendo inevitabilmente per fare un incidente senza
rendersene conto.
Cosa che mi è
successa realmente, per fortuna presso un meccanico, gli ho quasi distrutto il
cancello.
- Sarebbe bello approfondire come la
psicologia junghiana suggerisce di ristabilire l'equilibrio tra
mente e inconscio.